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Amerigo Dorel
Il tempo sospeso
Non è semplice parlare della scultura o, meglio, delle sculture di Amerigo Dorel, perchè il suo lavoro è quanto mai ricco di esperienze, attraversamenti, di adesioni formali e di ricerche stilistiche, di coltivazione di interessi plastici differenti, come per ogni buon professionista della scultura: dall’opera monumentale in bronzo (monumenti al generale Dalla Chiesa, quello di Montecatini al Bersagliere, alle Forze Armate, alla Pace e quello alla Libertà di Montecatini Terme), alle porte in bronzo per chiese (Portale di San Giuseppe della Chiesa Nuova a Chiesina Uzzanese, Pistoia), sempre di ricca ed immediata espressività narrativa, collegata a canoni tradizionali e popolari, alla modulazione di forme aperte che conquistano lo spazio come aprirsi e armonioso germinare della materia nel vuoto, in sequenze a volte molto complesse (ma sapientemente controllate) di pieni e vuoti, di emergenze e inghiottimenti di luce e ombra, di spigoli vivi e di morbide anse, di tensioni e alleggerimenti che indagano non più o, meglio, non solo la figura, ma le qualità dello spazio stesso, come luogo delle presenze, dei movimenti della materia, delle sue relazioni e metamorfosi, del suo farsi “decorazione”, racconto analogo, emblema araldico di energia, di slancio vitale; o anche segreto simbolo in cui si fondono l’aspirazione a cogliere il mistero dell’esistenza con il desiderio di riaccendere i sensi, la percezione, la memoria sensuale che nutrono il sogno, l’utopia verso sempre nuovi e più vasti orizzonti, verso più ricchi rapporti con la realtà, l’esperienza, lo spazio ambientale, la natura. Dorel è artista nel senso antico del termine, che definiva colui che con ingegno, originalità e mestiere si applicava a risolvere i più disparati problemi di illustrazione, di interpretazione, di racconto per immagini esemplari, di collocazione e di arredo dello spazio, sia in senso fisico/architettonico, sia in senso culturale, di sollecitazione psichica e intellettiva nel rapporto con le cose, con le forme, con le tensioni intime, con la cultura personale e istituzionale, collettiva. Mi pare di poter rilevare che la sua attenzione nella scultura è di sovente catturata da situazioni di crescita, di germinazione strutturale interna (L’albero della vita, L’attimo fuggente, Dalle origini all’infinito, Alla ricerca del pensiero): il movimento della materia apre ed articola piani in spirali che si elevano e determinano nodi espressivi di forte allusione anatomica e sensuale. Ma si tratta di episodi, di frammenti, di suggestioni di un movimento che, al cangiare dell’incidenza della luce, mutano di consistenza e di riferimento, dall’organico al costruttivo, dal sensuale al concettuale, dal fisico allo psichico. Amerigo Dorel, che ebbi modo di incontrare ad Arte Padova nel 1996, mi sembrava soprattutto artista di grande curiosità, apparentemente burbero, certamente molto schivo, ma ricco di disponibilità e di volontà di ricerca, per natura portato a impegni totalizzanti.

In una recente monografia a lui dedicata, Gilberto Madioni sottolinea in più punti l’ampiezza e la ricchezza degli interessi con cui “Dorel ci riporta alla memoria –scrive Madioni- artisti di tempi lontani, lontanissimi, rarissimi oggi, per quanto concerne la preparazione e la conoscenza di tutte le tecniche. Artisti senza tempo, che confondono il giorno con la notte quando sono immersi nel loro lavoro, lasciando pochissimo spazio alla parola e molto all’idea creativa...”. Dorel applica la sua intelligenza costruttiva alle manifestazioni più varie del disegno, progetto, modellazione, incavo, basso ed altorilievo, anche incidendo a fondo il bronzo dopo le fusioni, per evidenziare segni, piani luminosi, ritmi di crescita organica o di energetica tensione (La coppia, bronzo, I danzatori, bronzo, L’albero della vita, bronzo). La concezione plastica di Dorel resta indubbiamente collegata al racconto figurale, mantiene diretti riferimenti alla ‘persona’, ma si avverte una ricerca di stringata sintesi formale, con momenti di espressività particolarmente intensi affidata ora ai connotati anatomici, ora alla materia, ai segni, ai movimenti di essa secondo un sensibilità informale, o a particolari ridotti all’essenzialità emblematica, all’astrazione simbolica, in cui prevale il gesto nello spazio, come per accrescere le valenze e i significati che stanno dietro le apparenze, per accentuare i contrappunti che rendono più discorsive e colloquiali le masse figurali nel loro proporsi come elementi di attivazione dello spazio esterno (ambiente, luoghi di relazione e di ‘misura’) e di quello interno (esperienza, memoria, sentimento, intelligenza). È il caso, per dare un esempio che mi sembra davvero probabile e paradigmatico per quanto concerne la sintassi operativa di Dorel, delle sculture Don Chisciotte, bronzetto di appena 40 centimetri, Ribellione, Cavaliere errante, nelle quali, privilegiando proprio la misura del bronzetto classico, Dorel modula la tradizionale ‘figura’ plastica del cavallo e cavaliere per drammatizzare un dialogo tra l’energia animale e l’energia psichica, tra la tensione muscolare e la tensione spirituale, tra lo slancio vitale e la volontà: le parti del cavallo, tese e turgide, si offrono esplicitamente alla carezza della luce come forza concentrata ed espansiva, mentre la figura è un ‘consumarsi’ e raffinarsi della materia e della forza fisica per un coniugarsi dell’energia psichica con il flusso di energia cosmica. Qui Dorel si mostra ben avvertito del senso della vita, del disagio esistenziale, della necessità di comunicare l’importanza e l’impellenza di uno scatto di generosità, di donazione, di entusiasmo che restituiscano dignità all’uomo e allo spazio e al tempo della sua presenza.
Giorgio Segato

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