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Martino Bissacco
Della risalita del fiume Po e di altre storie
Non è un mistero che l’uomo sia da sempre il prodotto della propria famiglia e, nel bene come nel male, questa ne determini l’impronta, la forma mentis. Conoscere l’origine delle proprie radici è importante ma non è determinante ai fini della costruzione della personalità perché un uomo è anche e soprattutto la somma delle esperienze accumulatesi nel corso della propria vita, sempre in divenire, come l’acqua di un fiume. L’importante è non farsi ingabbiare in un ruolo cucito addosso dagli altri, anche a costo di dover lottare per tutta l’esistenza nel tentativo di dimostrare le proprie qualità e la propria estraneità a certe presunte derive caratteriali, ereditate dal codice genetico. Soprattutto quando chi, come il pittore Martino Bissacco, ha dovuto convivere nei difficili anni del secondo dopoguerra con l’ingombrante epiteto di “figlio del tedesco” e quindi sopportare gli sguardi sospettosi, frutto dell’ignoranza e del comprensibile momento storico, di coloro che lo ritenevano complice del “nemico”. Martin Deübel, questo il nome di suo padre, nativo di una località nei dintorni di Lipsia e lui stesso pittore, ma costretto suo malgrado ad abbandonare tale mestiere per arruolarsi nell’esercito nazionale, l’artista non ha mai potuto conoscerlo. Proprio a causa delle vicissitudini, legate prima al suo internamento nei campi di prigionia in Russia e poi all’innalzamento del Muro di Berlino, con la conseguente impossibilità di comunicazione reciproca. Nato in Val Padana nel 1941, a Taglio di Po dove sfocia il fiume, Bissacco viene dunque allevato dai nonni materni dai quali impara uno sviscerato amore per la natura del luogo, ricca di argini sui quali si affacciano pioppeti odorosi. Una natura non sempre prodiga di affetto, tanto da indurlo a fuggire, in seguito alla tragica alluvione del 1951, e a riparare presso dei parenti in Piemonte, terra d’origine di quello stesso fiume. Compiendo un percorso a ritroso di risalita del corso d’acqua che, com’è noto, termina il proprio solitario fluire confondendosi nelle distese del Mare Adriatico, dando così un senso al proprio errare. Un po’ come avviene per l’artista a Torino, dove incontra un grande personaggio della ceramica artistica, il pittore e scultore Mario Brunetti che, insegnandogli il mestiere del ceramista del quale si appassionerà irrimediabilmente, traccerà la strada del suo futuro in campo pittorico. Siamo negli anni ’60 e Bissacco, lavorando nel suo atelier, ha modo di conoscere gli artisti dell’epoca come Umberto Mastroianni, Agenore Fabbri, Carmelo Cappello, Piero Ducato e di assimilarne i preziosi insegnamenti. Lo stesso accade quando, trasferendosi ad Albissola Marina per produrre, sempre insieme a Brunetti, manufatti con la tecnica della ceramica a freddo, si ritrova al centro di una comunità artistica che trova il suo punto di riferimento in un locale-galleria gestito dal ristoratore Pescetto e frequentato da artisti del calibro di Aligi Sassu, Wilfred Lam, Lucio Fontana. Per approdare, a partire dagli anni ’70, a una fertile stagione espositiva, costituita da una serie di mostre sempre più importanti, sia a livello di singola partecipazione che di presentazione in collettive e in grandi rassegne fieristiche in Italia (Vicenza, Saluzzo) e in Europa (Belgio, Olanda). Questo bagaglio di esperienze contribuisce a radicare in Bissacco, nonostante gli esordi figurativi al limite del divisionismo e del surrealismo, la convinzione di doversi esprimere attraverso il solo uso del colore, gestito in maniera liberamente informale ma controllato dalla tecnica. Come un flusso incontenibile che scorre dentro gli argini di un fiume.
Claudia Giraud

“Il volo delle emozioni”
Scrive Baltasar Gracián: "La passione tinge dei propri colori tutto ciò che tocca" e a vederli i dipinti di Bissacco sembrano realizzati da una passione immensa, perchè traboccano di colore e gioia, come se Martino fosse la passione fatta persona, come se volesse trasmetterla a tutti coloro che osservano i suoi lavori, come se volesse urlare al mondo intero la sua gioia di vivere, come se volesse trasfondere il suo spirito gioioso a tutti noi. Parrebbe esistere una sola chiave di lettura: l'emozione, l'emozione che si esprime in ogni singola goccia di colore, colore che inebria, travolge, ammicca e anima come una samba tutte le sue opere. Non facciamoci ingannare dal risultato, che per molti potrebbe sembrare semplice, la semplicità è il risultato di una mano esperta, di una mente che non conosce confini, di un uomo che spazia nel meraviglioso mondo dei colori, come un bambino con dei giocattoli e li usa con maestria, li rispetta con la passione, quella passione che è propria solo di coloro, che hanno nella volontà di creare e non di dimostrare, il loro punto di forza. Guardando un uccello che si libra in volo per molti è forte la tentazione di imitarlo, del resto chi di noi non ha mai sognato di volare, sembrerebbe facile, ma il risultato di un tentativo simile non porterebbe che a un goffo movimento senza grazia, tutt’altro del semplice ed armonioso volo di un uccello …. beh, ecco cosa esprimono i dipinti di Martino: grazia e semplicità.
Io nel guardare i suoi lavori mi sento felice e mi ricordo di esistere, sembrerà banale ma a volte ci dimentichiamo della semplicità delle cose e di quanto sia bello viverle. Disse Rose Kennedy "Gli uccelli cantano dopo una tempesta, perché l' uomo non riesce a sentirsi libero di gioire della luce del sole che gli rimane" facciamo allora introspezione e lasciamo spazio alle nostre emozioni ogni volta che osserviamo un suo dipinto, non pensiamo di non riuscire a capirlo, ma lasciamo che sia lui a guidarci per mano nel suo magico mondo colorato, facciamoci abbracciare dai suoi colori così come lo lasciamo fare ai caldi raggi del sole, liberiamo le nostre emozioni, perché non vanno ne’ capite ne’ interpretate, ma solo vissute.
Roberto Girardi

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